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Mar Nov 5

Prospettive del mercato del lavoro in Italia, dall’App Economy al Welfare aziendale.

Nel nostro paese, da qualche anno a questa parte, si stanno registrando i primi timidi tentativi, sebbene non compiutamente riusciti da parte del legislatore, di dare nuovo impulso e linfa all’occupazione, atteso che oggi il principale problema delle Aziende datrici di lavoro è, oltre alla carenza di strumenti di flessibilità lavorativa completi e di modelli contrattuali al passo con le nuove esigenze produttive di un mercato sempre più globale e della Gig Economy e della App Economy, anche di un costo del lavoro tra i più alti in Europa. Anche l’assenza di strumenti e interventi strutturali che premino non solo le aziende che assumano nuovi lavoratori, ma anche quelle che mantengano la base occupazionale storica, lo zoccolo duro dei lavoratori storicamente e stabilmente impiegati in azienda che sono un valore di competenze ed esperienza di inestimabile valore. In altre parole, se un’azienda ha un assett di risorse umane ben definito, iperqualificato e ‘storico’, senza necessità di dar seguito a incremento dell’occupazione, non si rinvengono strumenti di premialita’ particolari (tranne quanto si dirà in seguito per il Welfare) che permettano di sostenere un congruo costo del lavoro e di introdurre ‘incentivi per un lavoro già stabile’. Se pensiamo che le nuove forme contrattuali atterrate in Italia solo da qualche anno, in altri Paesi sono presenti oramai da un decennio, ci si rende conto di quanto possa essere enorme il problema. Un ritardo strutturale che non permette di competere ad armi pari in un mercato che ormai ha superato i confini nazionali. Serve quindi uno sforzo maggiore da parte del legislatore per comprendere i repentini e profondi cambiamenti degli ultimi anni, con l’avvento dell’IoT, dell’intelligenza artificiale a servizio di nuovi modi di svolgimento delle prestazioni lavorative, della sharing economy, ovvero un sistema di collaborazione distribuita sulla rete che permette l’interazione, senza intermediari, di risorse. L'App Economy, slogan di questa rivoluzione, sta trasformando il mercato tra le aziende e l'organizzazione del lavoro al loro interno, in virtù del fatto che ai nuovi modelli di lavoro si affiancano regole pensate per un lavoro che non corrisponde più alle concezioni tradizionali di impresa. Abbiamo sino ad oggi concepito il lavoro ordinario nella fattispecie contrattuale del contratto di lavoro subordinato, una concezione che si fonda sul principio che il "prestatore" di lavoro si obblighi a collaborare nell'impresa in cambio di retribuzione, prestando il proprio lavoro manuale o intellettuale alle dipendenze e sotto la direzione dell'imprenditore. Due elementi hanno da sempre costituto un punto fermo nell'individuazione di questa tipologia contrattuale e nei diritti e doveri che da essa scaturiscono: l'orario ed il luogo di lavoro. Ebbene, è in corso una decennale opera di "frantumazione" di questi due elementi cardine del sinallagma contrattuale subordinato, che ci sta conducendo verso l'impostazione di un "lavoro agile". L’avvento del lavoro agile, o cosiddetto smart working, di fatto sta iniziando ad avere una veste giuridica in Italia da soli due anni. Una neonata metodologia di lavoro, in cui il concetto di ufficio fisico e di “orario di lavoro”, ad eccetto naturalmente delle realtà e contesti aziendali ove la presenza fisica è necessaria e funzionale al risultato aziendale, sta facendo spazio ad un concetto di lavoro anche espletabile da remoto e da sistemi di smart work. Come anticipato, la rivoluzione del mercato del lavoro è già in atto, da più tempo, in altri Stati, decisamente più avanti di noi. A sostegno di tale tendenza, per esempio è utile citare una ricerca dell'Efip, (European forum of independent professional) la quale dice che già da qualche anno a questa parte, tra il 2005 e il 2015, la crescita dell'occupazione negli Usa è avvenuta attraverso forme di lavoro non tradizionali: lavoro temporaneo, lavoro on-call, contract workers e freelancers. In Europa la crescita degli "iPros" (i freelancers attivi solo online) nel decennio 2004-2013 si è attestata al 45%, un dato nettamente superiore al 12% registrato in Italia nello stesso periodo. La Gig Economy, quindi, sta ottenendo ampia visibilità mediatica, tanto che sempre più le società di consulenza si incaricano di stilare ricerche che attestano la percentuale di gig workers. In Europa sono sempre di più, suddivisi tra ''free agents", che hanno scelto questo come il loro lavoro prevalente (30%), "casual earners", che lo usano come fonte di integrazione del reddito (40%), "reluctants", che preferirebbero un lavoro tradizionale (14%), e ''financially strapped", che vi sono costretti per rimanere a galla finanziariamente (16%). Queste percentuali e questi dati danno certezza di quanto questo fenomeno non sia fantascienza, ma pura realtà aziendale dei giorni nostri, seppur le nostre aziende “tradizionali” non siano ancora al passo con tali aspetti. Ricondurre il gig work alle piattaforme più note e discusse (quali Uber, AirBnB, Foodora, Deliveroo e così via) è un'operazione mediatica decisamente miope, che non tiene conto dei molteplici settori in cui opera il modello economico. Una ricerca del 2016 ne ha identificati 5: 1) peer-to-peer accommodation: proprietari che condividono l'accesso a spazi non utilizzati a casa o affittano case vacanza; 2) trasporti peer-to-peer: individui che condividono un viaggio, un'autovettura o spazi di parcheggio con altri; 3) servizi domestici on demand: mercati di freelance che consentono l'accesso a servizi on demand quali la consegna di cibo o il fai-da-te; 4) servizi professionali on demand: mercati di freelance che consentono alle imprese di accedere a servizi on demand quali l'amministrazione, la consulenza, la contabilità o servizi realizzativi; 5) finanza collaborativa: individui e imprese che investono, prestano e prendono a prestito denaro per finanziare ulteriori attività, in un rapporto diretto come il crowdfunding o il peer-to-peer lending. Altresì, diverse aziende sempre più globali, con lavoro da effettuare in mobilità, in luoghi differenti, con uffici ormai ‘in cloud’, ad oggi hanno difficoltà ad attuare contratti innovativi di lavoro quali il Job App. Il Job App, nuova frontiera contrattuale, risponde quindi alle esigenze di un contesto produttivo cambiato negli anni, ovvero di un contesto di aziende con necessità di virtualizzazione anche degli ambienti di lavoro, di remotizzazione, e di lavoratori che richiedono sempre più flessibilità per il famoso work life balance. In tale ottica di flessibilità del mercato del lavoro e della gestione delle risorse umane in azienda, si inserisce naturalmente anche il Welfare aziendale, ovvero il riconoscimento di una retribuzione costituita da beni e servizi da erogare ai dipendenti, che è ormai, dal 2016, al centro di dibattiti e talkshow sul famoso terzo pilastro della retribuzione. È oggi uno strumento purtroppo non pienamente attuato dalle aziende piccole e medie, se non obbligate specificatamente dal Contratto collettivo applicato, a causa anche di un’assenza di informazione strutturata da parte degli addetti ai lavori, quale strumento di miglioramento del clima aziendale, di retention aziendale, di engagement e, last but not least, di abbattimento o comunque calmierazione dei costi. Uno strumento senza dubbio vantaggioso per le aziende, ma come già accennato scarsamente utilizzato e conosciuto, causa di ulteriore arretratezza delle nostre aziende. Altro aspetto che avremo modo di trattare in un successivo approfondimento sarà quello delle misure agevolative per le aziende che intendono assumere nuovo personale, anche qui sicuramente vi sono novità meritevoli di essere oggetto di riflessione. Tutto quanto sopra ampliamente descritto deduce la tendenza di un mercato del lavoro internazionale sempre più smart, diversificato e radicalmente staccato dalla tradizionale identificazione del lavoro che ha caratterizzato gli scorsi anni.  Un mercato del lavoro che corre senza freni, in un senso ricco di potenziali nuove opportunità. E’ ora, per il mercato del lavoro italiano, di spingere in questa direzione, per tenere il passo delle altre economie e soprattutto per risultare competitivo a livello mondiale. Si corre il rischio di perdere il passo, con un danno indelebile per l’economia nazionale. Interventi legislativi e politiche economiche statali devono necessariamente favorire questo sviluppo, per incoraggiare le aziende ad essere sempre più attive e agili in ogni interazione, sia esterna che interna.